Lettera 12 e dove sono le altre 11

Non fate passare per me ciò che è passabile o bello per altri perché così triste voglio essere solo io e non leggete il mio blog perchè una reduce vuole solo la tabula rasa lo sterminio lo spicinìo che ha fatto e contemplarlo e tirare il fiato e dire del siffatto deserto: e ora?

Lettera uno

Ho delle ali posticce da riconsegnare al mittente, troppi giorni le ho tenute. Le ho usurate, a forza di non guardarle, di distogliermene, di sbarazzarmene tento mi scrollo, nervosa sembro dall’esterno una presa di mira dai tic, hanno abbassato una a una gli occhi, di vergogna a terra quello che era un vanto è una saracinesca va tutto male quando dispongo a vendere domande fuori dal tracciato domande la cui unica certezza è la risposta, che oggi è un giorno che vale irresistibile la pena non spendere.

Ricordati di morire lo farò.

Con me il terrorismo psicologico propagandato sulle nuove sigarette funziona e funzionerà, alla molto lunga. Perché voglio dire, io le malattie le ho tutte e altre hanno da venire in maniera sempre più densa e incontrovertibile, ma sincera sincera e suggestionabile non è che gradisca propriotanto che mi venga rammentata la verità di piombo ogni cinque minuti e mi sento vagamente discomfort a pensare che pure il signor Winston o i cugini Chesterfield hanno libero accesso alla mia privacy di malata e all’anamnesi di quando sono intubata e mi tagghino con il suonino di notifica per ogni pacchetto venduto nel mondo.

In tenerimomenti

Svegliata da un’incudine tracheosectomica di realismo e fattiidovuticonti con l’essermi svegliata anche e perdipiù oggi ma se la mia psicologa crede in me starò andando da una brava???

Fammi il favore

Alla signora e accidenti a me gni ho detto non ci voglio pensare a mangiare oggi c’ho da fare e per i prossimi trecento anni finché non sputo questo bocconcione immasticabile e poi insomma pensaci te, ricordamelo se me lo devi ricordare, ricordami ogni tanto di vivere non lo so puntami una sveglia registrami una vocina alla radio che insieme alla sigla del tg mi scampanella anche l’orario di sbaraccare tutto libri quaderni frasi mozzate e sbavate sulle mani dita appiccicate tra il tasto delete e il cappio del mouse ecco tutto qua non mi sembrava una delega improponibile un compito inaccettabile alla fine chi se ne frega gni ho messo il menu a stendere sopra lo scolapiatti e non volevo stare tanto a accordarmi perché insomma, chissenefrega, ho da fare, fai un po’ te, se ti va, e ero sicura che non gli andasse quindi perfetto, un affarone. Passa nemmeno cinque minuti Elisabetta ma come li vuoi gli spinaci, sette minuti e Elisabetta ma l’acqua salata o te li condisci te? Dieci minuti e qui c’è scritto pinzimonio ma cosa ti ci devo mettere lo posso mangiare due chicchi d’uva tanto a te ti va a male Elisabetta non c’è la bilancia faccio a occhio? Noncivogliopensarenoncivogliopensarenoncivogliopensare, mi lasci stare, fai un po’ te come cavolo vuoi e contattami solo se tornando al diavolo ti pare che son passati giorni e sto facendo la muffa o quando esce il nuovo numero di un trimestrale o quando annaffi il cactus. Bofonchia dice dare i porci alle perle e che se lo sapeva mi scaldava una robaqualsiasi. Eccoquellafammi, tanto qualsiasiroba fa la ritrova oh Io avevo da fare ma te evidentemente non c’avevi da fare un cazzo!

Accomodati pure

La gente che mi viene in stanza e mi apre le finestre e dice pure ti fa male stare sempre al buio ti verrà la depressione. Mi fa male che mi vieni in stanza mi apri le finestre e mi tocca pure alzarmi per richiuderle, fino a dieci secondi fa ero un’inoffensiva depressa atarassica e ce ne ho messe di ore di inedia a arrivarci a questa cera dei sensi ora c’ho un po’ di deficit del controllo della calmapiatta e tutta la frenesia con cui non muovevo gli occhi e prudeva il naso impossibilitata a grattare di nervosa vergogna ventriloquavo determinata con la bocca dei pidocchi indirizzandoli e impartendogli un circumnavigare a memoria, installo un programma interno per cui non c’è mollare non c’è fatica né ammutinamento non c’è cadere o morire fino al raggiungimento dell’obiettivo. Ho spiegato che dopo potranno dormire con te, sembravano entusiasti, è bello sentirsi a casa, siamo tutti d’accordo, fare il nido. Attraverseranno strade secondarie finestre aperte chiuse inferriate e coprispifferi e scendiletto e i campi del tennensee e loro sì che avranno cura di te. Questa giungla diserbata di sole e raccomandazioni tra pigiami che hanno a cuore la mia salute mi uccide.

Ricettazione

Mi è stato prescritto di scrivere il mio libro. E che è una fatica che non mi passa la Asl, stavolta, e sarebbe la prima volta, nel senso, che se ne lava le mani il palco nobile, e sta a dire anche che sono mediamente libera e che ho le mani slegate e che però nella merda ce le devo infilare io, con tutto quello che le mani possono, o devono, fare. E io che non tocco nemmeno il mio viso. Che non lo detergo e lo temo. Che al chiuso della mia stanza mi incappuccio, per evitare ogni riflesso o bagliore traslucido. Che ho i coltelli di plastica non per la lama, ma affinchè non possa specchiarmici. E insomma va bene. Trecento deglutizioni dopo che il cuore ha accettato arriveranno i comandi alle dita. Ma io nel frattempo devo proprioproprioproprio anche mangiare???? Diochepppppalle.

Le storie di ognuno

Le storie di ognuno di noi stanno sotto. Lo posso chiamare come voglio, posso impersonificarlo. Posso dargli una sigla, inventargli un jingle, confezionargli uno slogan, un motto e grido di battaglia, e un suo linguaggio, posso guardarti in questo modo, posso prenderti in questo modo, posso pensare di accettarti in questo modo, di meritarti così, e alla fine posso girarmi, e ignorarti, o schiantarmici contro, e riempirmi lo scafo di faglie che mi traghetteranno a picco, vorrò portarti giù con me, riposare tra le lastre, congelando la frase, finchè nasce un lichene senza cittadinanza lo stesso e non lo stesso di centomilaannifa! da spore rimescolate smistate lì ho acceso fuochi senza che avvampassero mai, senza la continuità della brace si spengono, e dormono, sotto altri nomi sotto le risme di carta carbone che ricapitolano e riaggiornano schede cliniche zeppe di separatori e iniziali alfabetiche e a ciascuna manca un foglio, non sempre lo stesso, la storia di ognuno che, se sopravvive alla maledizione dei titoli e dei sottotitoli, racconto io.

Il vero incubo inizia al risveglio

​Sognavo che ce n’era per tutti. Giustizia e vendetta per tutti quelli che m’hanno trattato da matta e soppesata, per tutti quelli che m’hanno ingabbiato da matta e spaesata, per tutti quelli che hanno dato un nome alla mia fame matta prima e poi plasmata alla forma della sete e della loro setta, la forma in cui potevo storpiarmi e crescere nella bottiglia col mio messaggio, accartocciata e ripiegata senza seguire i trattini e strozzata all’uscita, poi scossa, poi esibita, lanciata nel mare senza ossatura, ricoperta d’olio e di pece, mentre mi scrivevo da sola sul retropagina e anchilosata, una crosta di bucce di gamberi a mantenere in salamoia il segreto, anche il linguaggio segreto si costringe, solo punteggiatura e pause e merito sottintendono alla legge dell’evaporazione, tutto il resto condensa, risparmia il respiro avvantaggiandosi, anticipando sempre una manciata d’aria, si morsica e stringe ed è un bel dire che sì forse una matta è vissuta, tra tanti pesci nel mare, ma di bocca in bocca una pulce una pronipote della pulce racconta una leggenda di corsia, una che si buttava addosso agli estintori, una da piantonare e da prevenire, quanto tempo mi hanno lasciato, senza dubitare nulla, lasciando la coscienza nelle loro case, quanto tempo hanno concesso a me, imbavagliata su tutti i fronti, negato alla radice ogni altro passatempo, di piantonare misurare elaborare e maturare loro, ogni loro espressione, ogni loro dettaglio, ogni loro sospiro, ogni loro esitazione, ogni loro certezza, ogni loro errore.