Di che nettezza sono infarcita

Una volta quand ero piccola e idiota nel merdamagnum di internet postai una foto che puntavo i piedi stizzosa e era estate e un po’ le galosce si vedevano, nel senso, erano ancora i tempi in cui se faceva un caldoboia due peli dai polpacci con riluttanza me li strappavo, per infilare i pinocchietti e arrivare fin dal gelataro. Insomma postai sta foto, ai piuttosto imprudente, va detto, ora tra selfie&belfie una foto del genere sarei minimo arrestata per sfoggio sfacciato di burkini, e sto genio di bimbetta mi scrisse a lettere cubitali, laconica, lapidaria, seguita da molti anonimi consensi:

Oh, se io avessi due cosce così mi sparerei.

Credo (credo) che iniziò un po’ così a frullarmi in testa che avrei potuto risparmiarmi qualche lustro di digiuni e due costole e cicatrici e la frequentazione aggratis in vitalizio di certi ambienti psichiatrici in ruolo di succulenta cavia, se solo allora, come oggi, avessi semplicemente chiuso il discorso rispondendole

che peccato allora che non ce l’hai, altrimenti ti saresti abbondantemente già sparata e levata dalle scatole

scatenando un esplosione di gusto nel mio gelato.

Buon intenditor, pianga se stesso.

Non è neanche vero che io non ho mai Amato niente e nessuno, che non son capace di Amare, che nel mio cuore scorre il Lisoform invece dell’emoglobina, e neanche è vero che sono nata coi cromosomi a XX di mettiamoci una doppia croce sopra o criptiamo la password al sentimento. Tuttaltro. Io amo e ho molto amato. Certo, sta gran fatica a abbozzàlla di preferirmi disumana col repellente in carica, a conti fatti, non l’ho fatta, decisamente no.

Tra amare, e comportarsi amabilmente, c’è di mezzo il mare, e soprattutto c’è di micidiale la mente.

L’epilogo abiurato di Freud

Sognavo di ergere intorno ai confini netti tra il dove sto io e dove giunge notizia molesta che sul serio il là fuori esiste e il sole non s’è ancora annoiato di salutarlo con grandi speranze più pena mi fa del cocciantiano poerodiavolo, una palizzata di GrissinBon, per sicurezza.

Il classicone

Ieri sera, persa com’ero nel nullacosmico, guardavo Mariadinazareth sull’uno. A parte che non finisce per niente bene ma non voglio essere la solita spoiler ammosciaserata, la mi mamma mi chiama stamani preoccupata e dice che s’è addormentata dicedice ma è risorto poi?? Mamma sì, e la prima roba che ha detto Figliòli, ora potete scartare le ova di cioccolata.

Abdica, ChefTony, non è più cosa.

Allora io in cucina nel cassetto c’ho trecento cucchiai di ogni forma e tipo compresi quelli della bisnonna bianca ottomila tipi diversi di bacchette giapponesi che mi porta il cognato quando torna come pensierino (che non ho capito perché quando la gente mi regala qualcosa da 32 anni o son portacenere con la mappa disegnata a acquerello della calabria, o son sigarette turche/russe/islandesi, o bacchette di legno) e un coltello solo se va bene perché lo mollo sempre dentro ai cespi d’insalata e finisce nell’organico, quindi è uno, mai lo stesso, sempre nuovo, sempre cinese. Non mi addentro sul perché io non compri un set -cinese- da 20pezzi o più, mi sono già messa alla prova, sono finiti tutti nell’organico. Nello stesso giorno. Un breve calcolo matematico mi suggerisce che a lungo termine mi conviene così. Naturalmente ogni giorno vado da un cinese diverso, a rotazione. Stringo vado dritta al punto in cui le leggi dell’universo non avendo anche loro un tricchellacchero da fare, se apro il cassetto, tutti quei bei cucchiai! ma quanti! ma belli! ma badabelli! e tiro fuori un bastoncino qualunque per girarmi i cubetti di ghiaccio che stramazzo di caldo e mi sono appena impigiamata e tolta le scarpe… quante cazzo di probabilità c’erano che di tutto quel ben di dio sul pollice scalzo mi finisse dritto e preciso il coltello??????

Cinese. Ma taglia.

C’è la fila!

Siccome uso sto unico trozky di mac anche per robaccia mia che mi occupa un sacco di posto nella mente e la devo spazzolare ad diem se no i borbottii ossessivi non son liberi di circolare e giocare all’autoscontro con la necessaria rincorsa, e siccome che sono anche una babbaluna dei tuoi stivali, e riesco a usare internet senza aver imparato prima come si usa un computer, appoggio un secondo un file⬆ in fieri per fermare qualcosa in questo gorgo di frenesia lavorativa, e visto che sono quasi certa di dimenticarmi ogni cosa e perdere la password, se me la chiedete ve la do alla carlona, come la peggio zozza delle cascine, più che altro perché tra poco prevedo che ve la vengo a chiedere.

 

Nb: l’uso becero di avverbi e verbi indicativi è voluto, non ci si salvaguarda mai abbastanza dagli esseri umani.

Acufeni Km zero

Saresti stata una brava Zia, se te ne fosse mai fregato qualcosa di qualcuno o qualcosa in vita tua.

Ma anche a leggere tra le righe, o duemilaleghe sotto i toni, ma anche a trivellare via quelle pidocchiose buone intenzioni di cui è lastricato l’inferno, dove cazzo ce lo leggo il complimento. Mi suona quasi come un epitaffio.

Il mantra che non so scema

Ci sarà un motivo se l’etimologia di Complimento viene da Compìre, ovvero non è un vero complimento se non si è portato a compimento, a termine, il discorso, intendendo più che volentieri e velenosamente il contrario. Di solito un’offesa, un giudizio una recriminazione, un’infamia. Te ne sei già andata da tanto, ma non sarebbe diverso questo parlare da sola se anche tu fossi a un passo da me. Rivendico il diritto di stare malissimo, signora mamma, per quanto tu schizzi la voce come una tarantola punta nella ghiandola dei nervi, e tu riempia di pianto e colpa ogni ricarica di respiro in cerca di grilletto giusto in me trovi un armeria a ingresso libero, una trappolandia di conigli che saltano fuori dal cilindro prima d’essere evocati, che si consegnano spontaneamente e si offrono volontari al mai ultimo show, la gloria privata che provi a inorridirti e silenziarmi come la cassandra capace addirittura di prendere un complimento per un’umiliazione.

Bignamino per pigri: sottospecie di figlia, non sei nemmeno capace di apprezzare ringraziare contentarti e gioire d’un mio insulto. (Non so scema non so scema non so scema. O forse scema sì, ma bischera no!)