Tripla mandata

Tutto il rumore, tutto il rumore diffuso che a malapena riesco ad arginare se quando chiudo la porta con un gesto di momentanea sottolineatura ci appoggio la schiena contro come un sacco di sabbia zavorrato dell’apnea servita a passarci attraverso. Anche un viaggio breve una traversata. Il rumore che aggredisce non richiesto, il rumore che insegue, il rumore onnicomprensivo che sconfina da ogni classificazione organica e bussa insistente ogni strato sensibile. Posso anche fare il contrario, colorare il nòcciolo, lasciare che sbiadiscano i contorni là fuori dove il mio perimetro di tolleranza finisce, nessuno ha un vero trofeo in serbo se l’armatura che porta addosso è intarsiata di mille e milioni di tubi digestivi che metabolizzano la cacofonia urlante di così tante, troppe parole ingiustificate, stuprate e svendute tra le fila di porte affacciate sulla grande piazza, che hanno più campanelli dorati, che grammi d’aria all’interno.

Autunno

Giorno dopo giorno, ripiegata in involuzione, da e per una vita, ad ascoltare il canto delle balene. Tutto il resto lo disconosco. Ogni cosa nell’universo non è condannata né condannabile come l’essere umano perché non vive nell’ansia di dovere dimostrare qualcosa, per giustificare e giustificarsi il fatto di essere venuto al mondo, quando un’onda, un animale, una pietra, non chiedono, pretendono, lamentano, competono, fingono altra natura e a loro è estraneo il grottesco, la vergogna, mentre è propria la grazia. Disperazione è fare parte di una razza vivente che non può avere maestri, ma si danna per avere parola, si inganna di avere qualcosa da dire, e ha troppi strumenti per farlo.