Accàsa

Sarebbe una bozza

Elisabetta,

Quando hai finito di punire te stessa per lo schifo che ti fanno gli altri e lo schifo che ti senti e anche lo schifo che ti fanno sentire gli altri che fanno schifo e non contemplano nemmeno l’eventualità di fare così criminosamente schifo, ecco allora insomma quando hai finito ricordati che stai intavolando una guerra infinita a tenere in pugno una lama e brandire un manico, alla menopeggio alla cieca, ma dì la verità, hai una pessima mira per le cause giuste tanto pessima da assomigliare a un tappeto rosso e lisciato leccati via i più miscroscopici granelli di polvere, piuttosto che una rivolta degli oppressi aggrappata a saldi e indiscutibili macigni probatori, Elisabetta, te corri dall’arrotino a limare e affilare, e fai tutto lo sporco lavoro, perché sei talmente sbagliata che per dimostrare qualcosa qualunque cosa gli togli al padre fascista che odia le donne ma soprattutto odia te, anche la pena di ucciderti di sua mano e presentarsi, coperto d’infamia, a Nemesi, a ripassare ogni capitolo di schifo inflitto, soffiato via dalle sue unghie sudicie e spazzato via in mezzo a ogni cosa debole che non tolleri, schiacciato da un’accomodante, autorevole, schifosa e credibile menzogna, no, non pagherai, babbo, pollice ok, te lo lascio fare, via libera, stai tranquillo, ha funzionato. Così se poi non esiste l’inferno almeno dimmelo brava una volta una volta sola che l’ho trovato il modo di marcire in vita.

 

Accàsa

Mal che vada, acqua fresca

Senti Carino, io, per la verità, una preghiera che non fosse di materia non l’ho mai fatta davvero, e guardo in alto solo per convenzione, o perché non so dove altro guardare, se non dove ho paura che scendano i ragni la notte. In verità so che non ci sei, se ci sei non ci sei amico, proprio gnaafò a crederti, sarò superba, sei una cacofonia forte nella mia testa, l’archetipo dell’inesistenza, la più efficace prova contro te stesso, ti disegno, per vedere l’effetto che fa a rivolgersi a un altro Dio che non siano i pandistelle. Non rimarrai più che 10secondi nella mia testa, nella mia intenzione, per cui sarò breve concisa e indolore. Ho iniziato sbagliando, lo so, tiro una riga e cancello, ho iniziato dicendo fammi stare meglio, non farmi sentire tutto questo dolore perché non me lo merito. Il senso di colpa è arrivato violento, immediato. Allora riformulo: sicuro me lo merito, sì, che sono una persona di merda è chiaro, e io non sono una bambina buona: ma tu tutti perdoni in lungo e in largo nell’universo tranne che me? Allora facciamo così, non perdiamo tempo a far smettere il mondo di ferirmi, aiuta me a migliorare. Mi dai la forza, anche quando ritornerai a essere un disegno strappato, di essere buona con me stessa? Perché è una strada che non imbocco mai. Grazie ciao ora ti lascio haidaffare, crescere sognare e morire nel cuore di tutti.

Accàsa

Humanum est?

31anni che faccio buoni propositi non ogni capodanno ma ogni singola mattina e non ho ancora portato avanti e tantomeno realizzato quello che mi proponevo a sei anni o giù di lì e andavo in giro con la cartella dell’invicta rosa. Per essere una depressa grave diciamo che ho un ottimismo smisurato, una testardaggine acuta a rialzare la testa e offrirla fresca rinnovata di bucato e stirata nel suo migliore profilo pronta alla ricezione della mazzata. Perseverare è diabolico, ecco perché oggi, come ogni buon diavolo, farò del mio peggio con un post-it logoro in tasca in cui ho scritto e riscritto e sottolineato ogni giorno dai sei anni in su: fai per bene. Piano di riserva: illuditi per bene.

Accàsa

Oltre la trappola

Uno poi si chiede perché la fetta biscottata casca sistematicamente dalla parte del burro, come regola universale, anche se il farci caso e cruccio l’ha inventato Murphy, per me è sempre stato indifferente io la raccatto da terra e la mangio, e il sudicio a quanto pare rende intelligenti se ora mi spiego che quando la fetta casca miracolosamente dalla parte senza burro, è evidente che è perché l’ho spalmata dal lato sbagliato.

Accàsa

Essere, avere.

Una cosa delicata. Una spugna arancione zucca, diagnosticarne la scabbia la potenzialità di casa delle bestie provare orrore e paralizzarsi. Piantarsi e chiodarsi seduta stante. Non so se vedendo un serpente una piattola qualcosa che striscia innesco la fuga e le gambe scattano involontarie verso ovunque ma fuori da lì, lontano, o comincio a sentire il prurito e l’eczema e la corsa a non trovare il punto esatto dove colpire con le unghie si svolge tutta dentro, la superficie immobile, non un respiro, il cuore ingrandito da uno stetoscopio che nasconde, non si trova il punto perché il punto è ovunque, e ti ricordi che i nervi sono capillarizzati su tutta la pelle, il minuscolo insignificante brevissimo sgraziato nanosecondo nell’universo in forma concentrata, e al presente tutti i tuoi confini, tutta la tua eccedenza, che è stato sogno e speranza, e sì, come tutti, finisce inevitabilmente cancrena. Il mondo annuisce. Il suono del mondo che è una stretta mandibola mascella che dà l’assenso e il benestare, che si gonfia di conferme, essere un malaugurio, e avere ragione.

Accàsa

Acrostici

Ho appena scoperto dell’esistenza clinica dei PAS. Persone Altamente Sensibili. Ora, le cose sono due. O io rientro in una condizione clinica grave di questa sindrome, o ne soffre minimo il 99% degli esseri umani, un Pas dove la S finale dell’abbreviazione è però un termine troppo scurrile che la mia sensibilità e coscienza mi suggeriscono di non lasciare scritto, perché non so voi, ma mi hanno insegnato che le parolacce non si dicono, sarò l’ultima deficiente al mondo che si pone il problema. Però si pensano, e la sintesi fa un po’ libertà , un po’ difesa, un po’ consolazione, e un po’ tristezza.