Affissione 1

Affissione 1

Io qui piglio appunti. Nulla in contrario, no. Se c’è una cosa in cui ho una fede inossidabile è la custodia del potere evocativo e magico delle parole. Non so a cosa serviranno, se formeranno un compiuto discorso da snocciolare a un’eventuale sentenza finale, ma io, intanto, me le colleziono. Parole ossessive della notte 25gennaio: Sfacelo. Rettitudine. Controllo. Contoallarovescia.

Il gatto uccise la curiosità

Il gatto uccise la curiosità

Ho una bronchite che diolamanda. Quando ero molto piccola era in qualche modo un evento lieto, ammalarmi, d’inverno, non sono stata né la prima né l’ultima bambina al mondo che con gli occhi umidi e velati di cispe e ribollenti di febbre purificatrice si sentisse in tutto diritto di essere il centro della casa, dei genitori, delle nonne, delle attenzioni, dell’universo intero, addirittura quasi più ascoltata dal cielo se mai avesse rivolto la testolina intasata oltre quelle finestre appannate, qualche preghiera, qualche domanda. Tutto pareva, come dire, più ben disposto. Ad accogliermi, a proteggermi, ad accettarmi, cencio com’ero, comunque fossi. Che fossi io, ferma, nullafacente, mugolante, sudaticcia, lamentosa, poco intelligente, ferma immobile e immediatamente agitata, che fossi un bozzolo raggomitolato sotto un piumone, che vomitassi appena fuori dal letto il brodo di pollo, ogni tragedia ridimensionata, al di fuori di me tutto il mondo poteva cavarsela perfettamente, mi aspettava, e covava beatificazione, primavera. Mi piaceva tutto dell’influenza, perché era una di quelle cose che stai da cani, ma che gli adulti ti assistevano come una moribonda, ma tutti sapevano che non era mortale, e si godeva solo il meglio della postazione del capezzale. A quel tempo era bello fare la schizzinosa, desiderare tutto, sapere di poter chiedere tutto, e poi cadere addormentata senza usufruirne, deliziarsi dalla camerata dei rumori della mamma che ti preparava la torta con la crema, anzi, con la crema esattamente come la volevo, e quei biscotti che ti ci vado dall’altra parte della città a comprarteli, e poi lasciare tutto sul comodino, incapace di inghiottire anche un sorso di latte, tranquillizzata solo dal tempo perso per me. A quel tempo era bello essere malata perché una volta finita la febbre e tornavo dal dottore (a piedi! con le mie gambe! che brava amore oggi non facciamo venire il dottore a casa che ha tanti pazienti da visitare!) c’era indiscriminatamente sempre il sole, e se mi metteva sulla bilancia ero come minimo due chili di meno, e c’era di che vantarsi, senza troppe parole ma col silenzio dei sopravvissuti, alla scuola di danza. Era bello perché nessuno ti avrebbe mai lasciato morire, comunque nessuno ti avrebbe mai lasciato morire da sola, o andartene senza il martellante ritornello dell’amore intorno; il dolore, che si prestava ad essere esagerato ad arte senza ritorsioni interiori di colpa o coscienza, era davvero poca cosa e comunque contribuiva alla dolcezza e alla solennità, ti ricordava che senza di te, qualcuno avrebbe pianto della grossa, parenti straziati a battersi il petto ripiegati e sdraiati sul pavimento, che se il babbo usciva due minuti prima dal lavoro per sentirti blaterare una sciocchezza qualsiasi o informarsi su come stai (ho visto SailorMoon!), allora valevi veramente tanto. Avevo una certezza incrollabile: senza di me il mondo sarebbe stato proprio e davvero un brutto posto.

Ora, nullità solo anagraficamente adulta, ho questa bronchite che diolamanda, c’è che a prendere la tachipirina raggiungo la quota 12 pasticche al dì, se finita la febbre perdo anche solo tre etti è na tragedia, la torta con la crema me la faccio da sola e quindi non me la faccio, se me la faccio rimane sul comodino sì ma perché fa schifo, e non mi tranquillizza per nulla e non chiudo occhio nell’angoscia che caschi in terra e domattina tocchi pure ripulire a digiuno. Quella gioia e temerarietà che un tempo mi avrebbe fatta -eventualmente- morire di bronchite da martire, compianta, apologizzata, con mille potenzialità e talenti e speranze tranciati, adesso è diventato l’odiosa evidenza che chi mi ha indubbiamente molto amato, si chieda perché per personaggi assurdi e folli come me la bronchite non sia una patologia fulminante, visto che il mio unico talento coltivato è quello di morire.

Ammonimento solenne

Ammonimento solenne

Sto aggiornando questa pagina https://ossitocine.wordpress.com/info/. L’ironia è sopravvivenza e sa essere crudele. Elisabetta ricordati che stai aggiornando questa pagina. Ripeti. E falla una cosa che inizi per una volta! E falla una cosa che inizi, che sia meravigliosamente inutile non te lo dà un boost di motivazione, un calcione alla pigrizia, no eh, manco questa idilliaca accezione di totale Sprecoditempo ti dà una smossa? No eh. figuriamoci. ok, dai, snoccioliamo un’ottima ragione per cui tutto: forse era meno faticoso diventare un’ingegnere aerospaziale…..ma che peccato, è tardi. Oppure, ancora meglio: dite che non faccio un cavolo dalla mattina alla sera: e chi sono io per contraddirvi?!!.

Finché è fame, va bene

Finché è fame, va bene

Non dormivo. Accarezzavo il gatto col piede. Senza orologi in camera puntavo con me stessa una scommessa, la solita. “Ora scendo vado in bagno poi guardo l’ora e non sono neanche le tre. Ci butto il gatto sul fuoco. Non sono neanche le tre. Saranno le due e mezzo. Non sono neanche le tre. Se mi sbaglio me la merito l’insonnia. Non sono neanche le tre.” Ho sonno, sono pesante, mi trascino, scendo, devo vedere, devo guardare, non sbaglio mica sai, faccio tutto male, tutto alla rovescia, ma vincere una scommessa in cui mi confermo l’esattezza della previsione nefasta, di perdere il sonno pur di confermarmi che ho ragione da vendere quando dico che accidenti ho proprio perso il sonno, è una competenza che si rivela utilissima in cui eccellere, davvero davvero utile. Ora che ho vinto, che ho vinto?