Accàsa, Hic et Munch

Finché è fame, va bene

Non dormivo. Accarezzavo il gatto col piede. Senza orologi in camera puntavo con me stessa una scommessa, la solita. “Ora scendo vado in bagno poi guardo l’ora e non sono neanche le tre. Ci butto il gatto sul fuoco. Non sono neanche le tre. Saranno le due e mezzo. Non sono neanche le tre. Se mi sbaglio me la merito l’insonnia. Non sono neanche le tre.” Ho sonno, sono pesante, mi trascino, scendo, devo vedere, devo guardare, non sbaglio mica sai, faccio tutto male, tutto alla rovescia, ma vincere una scommessa in cui mi confermo l’esattezza della previsione nefasta, di perdere il sonno pur di confermarmi che ho ragione da vendere quando dico che accidenti ho proprio perso il sonno, è una competenza che si rivela utilissima in cui eccellere, davvero davvero utile. Ora che ho vinto, che ho vinto?

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