Accàsa, Hic et Munch, Iperventilazione, Parentesi caustiche, Poeresie

Dispetto o scherzetto

Sono così sconsolata e depressa in sti giorni che i bambini che mi vengono a suonare a casa per halloween erano partiti che erano folletti di babbonatale dalla lapponia e arrivati qui martoriati e mazzati dalla vita ora hanno già la barba da bulli delinquenti e non mi né si pongono nemmeno la fatidica domandina, vanno dritti al sodo (passano direttamente all’azione) come l’angelo sterminatore.

Accàsa, Hic et Munch, Iperventilazione, Parentesi caustiche, Sei un blocconote

Un freno alla schizofrenia

Ma vienvìa Elisabetta cos’è che scriveresti tutto il giorno? Babbo, libri. Ah, libri, mmm, quelle cazzate lì senza fondo. Sì babbo quelle cazzate lì senza fondo che tu leggi di nascosto in ufficio nei primi cinque minuti di pace che trovi liberi, di cui tu non fai altro che parlare fino alla boria, per cui spendi stipendi interi e bazzichi librerie defilate alla ricerca dell’edizione perfetta in russo, per cui ti commuovi e piangi e ridi e lo so che lo fai per sopravvivere al fatto che te sei lì al lavoro tu a fare cose serie, che aspetti che la giornata arrivi in fondo solo per respirare quell’odore di pagine che è l’unico motivo per cui ha senso svegliarsi e andare verso quella cosa fondamentale di lavorare, che sono i tuoi migliori amici i tuoi veri amici e tua figlia scrive cazzate.

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Perdònati

Perdonati di essere così grande e sei ancora animista come un neonato, che te la devi cavare e fare fronte alla materia ai conti alle revisioni alle soluzioni che le inventi tutte per non farlo, perdonati di aver chiesto per 33 natali che la mamma ti abbracciasse fino a quando volevi tu sempre di più e in un altro modo che era prepotente e supplicare, fino a che hai smesso di elemosinare e hai iniziato a rapinare, e averlo scritto su una letterina negli anni in moine e calligrafie con il nome di sbrodolina/gameboy/casadibarbie/nikeAir/iphone/due Iphone/mac/due, tre, quattro, mac, come una traduzione diretta, e poi averli trattati male, telefoni per non rispondere al telefono, telefoni per gettare nel panico, telefoni gettati in Arno, telefoni smembrati e lacrime rettili. Perdonati di aver chiesto scusa solo tu per prima perché la rabbia era tutta tua, ma anche la ragione -imperdonabile- lo era e non hai dato tempo, ai limiti degli altri, di decantare nella ragionevolezza, la coagulazione necessaria al rispetto si perdeva nel mio bisogno, e poi ero una bambina, non toccava a me educare, superba del diavolo perdonati di indossare ogni giorno un pigiama lurido che non si vergogna di niente come un mantello dell’invisibilità ma portato alla napoleonica, grottesco che costringe a districarsi di ogni dubbio, ce l’ha scritto in faccia che è matta, e me ne guardo bene che c’è dentro, ossa, ciocche di capelli, regole stracciate, smorfie autografate dal cilicio? tanto se apro le braccia è il gesto a richiamare la paura. Perdonati di non voler pensare, di avere rotto tutto, di aver usato linguaggi incomprensibili, di aver curato l’ortografia solo per evidenziare parolacce di accusa sul muro, di aver rivendicato fiducia dopo che l’avevi appena infranta, di aver fatto promesse e dato speranze sapendo che era un mettere alla prova, vediamo se mi ami abbastanza da tollerare che io domani non ci sono, che domani declinerò l’invito, che domani non chiamerò, che domani non ci sarò, che domani  è solo un altro traliccio lungo il muro di prese staccate e che lascerò tutto estinguere nella cafoneria e confermerò che ciò che mi sostenta e accoglie e canta per me l’ossitocina non ha espressione se non quella che gli imprimo, io, non lo voglio dividere con nessuno, nessuno può vederlo perché io sì che lo so, come mi abbraccia un po’ di più, senza doverglielo chiedere. Perdonati di essere così attaccata e morbosa alla tua sicurezza, da aver chiuso la corrente dal pannello generale, aver lasciato la nonna il gatto la tua voce trapassare a penzoloni e bruciacchiati, che non avevano bisogno del tuo scusa, della tua fuga, della fotografia da morta nella letterina di natale, per nutrirsi della tua luce e perdona dio, che se mi avesse conosciuta non avrebbe detto con tanta leggerezza che i peccati possono essere rimessi. Non come dice lui.

 

 

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L’appuntamento fisso

C’è una signora grassa grassa che viene sempre al bar dove piglio il caffè la mattina che sembriamo di sicuro Stanlio e Olio e più o meno siamo lì dentro alla stessa ora, in un lasso di tempo parallelo che è variabile e privo di fissità cronometrica e di progettazione meteorologica ma non varia mai l’esserci tutte e due, che io la becco, e lei becca me che entro, il giorno che andrò a fare colazione alle nove di sera come non farò mai ecco quel giorno succederà qualcosa per cui anche lei sarà lì, in quel bar, a pensare cosacazzocifaccio qui alle nove oh guarda chi c’è, la signora secca secca. Non ci parliamo mai voglio dire non più di un’occhiata cordiale come un bisogno, un bisogno proprio di certezza e conferma, ma il tutto non si esplica a parole, né in gestualità alcuna, io verso la cassa –primapagalesigarette!- e, stessa terra sotto i piedi, lei abbivaccata sul bancone a dire qualcosa che la fa ridere, o che fa ridere il barista, ma di solito ridono entrambi, io sento la risata, sguaiata e ugualmente armonica di due sconosciuti perché non è mai un botta e risposta una dialettica, ma una linea continua, si vede che si conoscono da tanto, così come conoscono da una vita me e il caffè me lo fanno ancora, e tutti hanno imparato la regola non scritta che anche con me si ride la mattina un sacco, appena ho oltrepassato la soglia dell’uscita. Il bancone è occupato per metà dai piattini vuoti delle sue paste e dal mio caffè pieno che decanta un’ora prima di essere tollerato dalla bocca senza ferirmi, da cui lei attinge senza nessuno schema o ordine preciso non uno che io contempli a livello ossessivo, immagino come le disporrei io, dalla meno calorica alla bomba? da quella integrale a quella chimica? dal salato al dolce? dalla vegana alla mora al prosciutto col carciofino intorno? Spesso mi porto la tazzina al tavolo, un po’ in disparte ma neanche tanto che son due metri quadri, smetto di tenere i piedi in terra sullastessaterra e faccio la pazza che al bar su un tavolino legge scrive sottolinea si gratta il capo invece che smagnetizzare i grattaevinci, lasciare rivoli di spuma nelle tazze o bustine di zucchero aperte briciole sui fazzoletti vetrosi e inutili che il mignolo non riesce più a racimolare. Allora ogni tanto la guardo da lì salutare tutti, senza aver mai voluto o afferrato o memorizzato il contenuto di quel suo dire mentre mangia che vorrebbe dilungare, credo il dire, non il mangiare, ma per continuare a dire continua a indicare paste da passargli, in un modo che è tutto fiducia di rivedersi domani, alla cassa ci va alla fine, lei le sigarette alla fine, se proprio perché ormai è lì, già che c’è, e l’occhiata della partenza me la perdo o alzo gli occhi dalle mie stronzate o righe da compulsare che lei non c’è già più e non ci sono più neanche le righe di piatti vuoti sul bancone e c’è tanto, tanto spazio per me di passare e di essere vista che esco, che riporto la mia tazzina essenziale ma più sporca di amaro di tutte dopo la testimonianza di me e della compagnia che mi ha fatto, che cerco di non guardare mentre pago il caffè e non dovermi neanche chiedere se preferirebbero da una vita che io non ci entrassi proprio a prendere un caffè, o piuttosto che mi dileguassi senza neanche pagare, lasciandogli un debito di certo meno gravoso del vedermi frugare nel portafogli mentre cerco di non far cadere libri sigarette penne e ciocche di capelli a pezzi da cui si aprono le buche e le piaghe per la testa costretta a terra, la stessa su cui lei ha camminato così leggera, la stessa su cui vorrei io, proprio io, qualche volta, toccarla appena magari di spalle, in uscita e partenza verso i nostri inferni di fissità biologica, senza l’obbligo di un sorriso o di una condivisione di mensa di bivacco o di contenuti, toccarla appena essere proprio io a dirle Signora, tranquilla, va tutto bene.

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Puro 20 carati

Sentirsi inconcludenti e inutili oggi? Ci siamo. Non posso neanche dire che oggi non ho fatto nulla, classificandomi nel primato degli ultimi a correre verso un qualche daffare, visto che sono arrivata in anticipo, e in realtà ho già scritto bevuto il caffè e la camomilla e per me la giornata è finita, buonanotte. Il babbo mi chiama e io sono irritata perché sapendo che non sto facendo nulla mi frizza da morire che sia lui a farmelo presente con allusioni tacite e intercalari del respiro come se lo intuisse, potrei essere in australia e dirgli che sto montando un muro di cemento e dalla voce sente che sto guardando il soffitto e sentendo le fitte di vuoto che arrivano e quando comincia l’infiltrazione, agisco solo a rimediare perché quello ormai è collaudato come metodo di trattenersi, di tenersi, quando sono già zuppa, è quando permea poco che demolisce, è appena sotto la pelle che non riesco a toccare: nel sottosuolo è violento, ma più immediato ravanare, anche alla cieca, togli qualcosa, addormenta qualcosa, seppellisci qualcosa, estirpa tutto e ok, ricominci da un nucleo bambino ogni volta, hai bisogno di tutto, ma frigni per un niente, per ogni vita un po’ diversa ti educhi a scoprire nuove gioie -da controllare-, ma anche nuovi vuoti -a cui spalancarti-, trovando in questo l’unico equilibrio che per un po’ regge, regge me in piedi. E’ a riparare le crepe in superficie con l’oro appena si spaccano che non son buona, col Kintsugi dei maestri giapponesi, le prime falle nel cemento che separa il mio muro dallo sguardo dietro le finestre di quelle di mio padre, anche lui apre sfonda la porta non chiede permesso, quel che trova porta via, anche l’aria, anche il libro di istruzioni per restaurare le crepe con l’oro rispondere a infiltrazione concava con infiltrazione lavorata e forte, che era chiuso mentre guardavo il soffitto e aspettavo in silenzio, finito di scrivere, di cominciare a leggere come il mattino ha, per tutti, l’oro in bocca, e per me la conclusione del giorno.

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Antipatica

Stanotte che è un po’ anche ora pensavo che io non andavo a scuola, non andavo a scuola né a imparare né a fare l’idiota, io andavo a essere la più brava. Fine. Un dovere imposto, come la solitudine, armarsi nella pelle per andare in guerra e andarci in bus con lo zaino vuoto per infilarci i voti dati in merito al chiacchiericcio da laggiù in fondo, dove succedevano le cose, non uscivano dai libri, il mio posto d’onore, l’unico banco d’imputazione che contenesse la forma del mio registro assente.

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Soldi mancini, a manciate!

Sveglia nel senso di sveglia nel senso no sveglia impallinata concentratissima nella fondamentale organizzazione minutoperminuto di come sputtanarmi la giornata per infilarmi un calzino dueètroppo e arrivare a comprare tutte le sigarette che ho fumato dall’angoscia di pianificarmi il viaggio verso il pacchetto senza essere vista e evitando di incrociare una qualsiasi prova che esisto tipo specchietti, semafori che mi devono pure aspettare, strisce che non vogliono essere calpestate da me, vetrine che perdono il loro appeal se riflessanti, manichini senza testa e cordevocali che da dentro potrebbero cominciare a sparlare, tovagliette da colazione dei cinesi che se mi vedono si arrotolano e ritraggono e risucchiano nel proprio cilindro preferendosi manganelli, non sveglia che mi tiene ritta solo la fame con la buccia e con la contenta convincente che se devo ingegnarmi a trovare qualcosa da afferrare per mettermi il silenziatore allo stomaco forse allora per qualcosa mi ero davvero svegliata con uno scopo, metti un ingranaggio che si ricorda di ingranare, ogni tanto, a intervalli più o meno ravvicinati, succede e è drammaticamente simile alla tramava dei cuori spezzati nelle poste del cuore: Sono povera in canna non c’ho una lira zero burnout, lastrico, debiti, bollette che risalgono al manoscritto trovato a saragozza. Impossibilità di attingere alla pensione da invalida psichica per motivazioni motivate, ben motivate, da altri, autorevoli altri. Esci da me ed è tutto autorevole. Io-autorevole tu-piattola. Se impugno un giàscritto già sistemato già archiviato un giàillustrato progetto ho anche, urgentemente, bisogno di avere una colazione per presentarmi e fare presente qualcosa che presente non è, o che boccia ogni presente prevedendolo presagio, un filo di cotone per rattoppare due stracci e farci, quantomeno, la figura dell’avanzo di galera pentito sulla strada dell’onesta pagnotta ma chi io, dall’intelligenza si guarisce dalla pazzia no ma forse si può far finta, dal nulla no, non si esiste, non si nasce, se non da quel quid delle gonadi che per me è un’agonìa e di cui non voglio nemmeno sentir parlare, sentir pensare. No ve lo dico ora perché ci sta che domani licenzio il ghost writer che mi scrive il blog e poi magari si pignorano il mac e indove finisco non c’è campo non lo state a chiamare chilhavisto, secondo ponte a destra.

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Scartoccio un lembolino di specchio

Ciao, io sono quella che si distingueva – con sorti impopolari – solo perché in pizzeria ordinava la biancaneve.

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Con una mosca dicevi non posso fare poi fai

Oggi è domenica e ringraziamo che ci sono io a dirlo e puntualizzare se no un casino di bug gregoriano davvero e come ogni domenica mi succedono le cose che non scordo, il carnevale della materia no sul serio non i soliti scherzi della percezione, anche se è una lettura comoda da tenersi in tasca al bisogno, le illuminazioni fulmine il definitivo in bellavista del vuoto la capacità infinita del vuoto nel senso di quanti litri di vuoto riesco a contenere senza che tracimino ad accozzarsi con altri vuoti creando soluzioni insolubili e sedimenti, ho ancora capienza per un po’ oppure prima di continuare a versare faccio calmare le acque? Le consapevolezze nitide le pagelle di getto e brutali la chiarezza fulgida la carezza gelida molto simile in realtà a una stretta floscia di mano proprie del rammarico e dello spreco e tutte quelle belle cose di sofferenza alimentata dalla sofferenza e che fanno una doppietta di gemelle anziane sottobraccio vestite uguale che si finiscono i discorsi completano le frasi a vicenda che nulladimale ma quando le vedi per strada tanto bene e a posto e allineato non ti senti, quella è la materialissima tangibilissima pietra epìtome che affonda dritta risucchiata dentrondensa di pesospecifico che fuoriesca tutto il resto calibrato, tutto quel latte versato, il mio giudizio è lì, la pietra potrebbe essere un dente. Sono le cose molto dimenticabili pensare ora mi metto al mac e ho un mac sul tavolo, ora prendo l’ombrello perché piove e piove davvero, quando mai gli do una quota, quelle per cui aspettare e che poi si trascinano faticose nell’attesa di esaurirsi insieme al bruciore di stomaco. Oggi è domenica non scordatevelo. Giuro che anche se suona come una iattura non è una iattura a meno che uno non abbia lo stomaco di ferro ma la coda di paglia.

Pausa mangiononmangio.

C’ho i buchi nei capelli, una #storiamoltotriste su IstagramStories, esci immediatamente dalla sala di questo film e vai a vedere Neruda, come tutti gli altri, sto stronzo sì che aveva una vita, io non ci vado, nemmeno in pigiama, non tanto perché non credo nelle trasposizioni biografiche al cinema, ma perché, essenzialmente, Neruda non mi piace proprio pegnnènte, né l’uomo né la poesia, mi sembrano una gran presa di culo da che mondo e mondo i poeti seri sono uominidimondo.

Io…non lo so, non lo so quanti mah boh e sbuffi e mugoli e miagolii metterci in un elenco aperto al nuovo arrivato -quale mah vuole essere l’ultimo?- quando mi metto alla tastiera mi si apre un mondo, come dicono a esuberi di grappoli, dicendo in effetti una verità sacrosanta, sebbene non così democratica quanti sono i desideri del prossimo che fa lo scrittore perché gli è andato male il provino per forum, mi si aprono infiniti mondi, cieli immensi. E mi si chiude il cervello.

Accàsa, Dammangiare, Eternitornanti

Un compleanno all’anno

Sono stata tre giorni in letargo nel mio fagottino di dolore. E ci sono ancora.

Sono stata tre giorni in una bolla che era più un cristallo recente con tante punte. Tutte inglobavano insetti, sofferenti anche loro, rappresi mentre spalancano le loro mostruose bocche al culmine del dolore, per sempre memorizzato, come la rabbia incontinente di uscire dal baco.

Sono stata che nulla funzionava, tutto d’accordo nel non partire, sono stata che tutto complottava, lampadine, accendigas, zip dei giubbotti, ammortizzatori dei bus, antenne televisive, rilegature dei libri, spray del deodorante e della panna liofilizzata. E sono stata che li sventavo tutti, colpi bassi e sincronici, che non uno era meno importante e dispettoso, non uno che potesse essere lasciato correre o farmi dire vabè dai c’è di peggio.

Sono stata che il mouse aveva una velocità strana di inseguimento dell’intenzione, del tocco della mano, ma forse era la mia testa che viaggiava in folle, e non si sa ancora qui dove si va a parare.

Sono stata morta, una due tre quattro cinque enne volte, che tre giorni non bastano se trentatré anni non sono bastati, trentunesimo anno è uno dei libri più belli mozart si abbrutiva e con parto facile creava bellezza di partiture, per fare la Sylvia entro trentadue rimane poco tempo e per altre celebrità nel punto e nel nervo più vivo del morire non mi azzardo a tirare le somme, e io in quanto a vivere ci devo ancora pensare.