Grazie, torno a piedi.

Lo schifo che mi fa quell’uomo che arriva da mia sorella e me che ci facciamo il culo e ci piace farcelo a stare dietro alle bambine e loro stanno dietro a noi e ci guardano attapirarci coi loro occhioni che non sanno, che non conoscono, che chiamano nonno nonno nonno perché il nonno passa le chicche di nascosto mentre mamma vieta e zia indora la pillola che chicche no o non sempre e non in cambio di qualcosa o di star zitti o di stare a essere qualcosa che non sono (non siamo) e che non gli piacciamo ma gli piacciamo se stiamo zitte lo ascoltiamo e gli diamo l’attenzione che tutto il mondo è merda tranne lui e tutto il mondo è merda comprese noi soprattutto noi cazzo che merda è, padre, esistere, come hai ragione. Sì che ti piacciamo quando ci schifiamo, quando ci annulliamo, quando ci pestiamo a sangue da sole. E tu odi la nostra razza e ne cresci una ancora più giovane, una ancora più innocente. E noi zitte. Lo schifo che mi fai che nonno nonno nonno il nonno è quello che di nascosto arriva fa bella figura due minuti che ha portato da mangiare sapendo che se lo mangerà lui e si beccherà le moine i complimenti rifilerà le chicche manipolatorie se ne uscirà tutto il tempo a fumare perché ci ha fatto l’onore di presentarsi con una vasca di peperoncini urticanti fissare l’orologio che l’aspetta il cane e poi infilarsi di nascosto una bottiglia di grappa mollata lì dall’inquilino inglese appena partito che nessuno cacava fino a che è rimasto un buco vuoto dove sembrava un soprammobile prima e riappariva il bitorsolo nella borsa in cui aveva trasportato il pranzo poi, pagata col silenzio delle bambine, e col loro pancino pieno di chicche. Nonno nonno nonno! Voglio il nonno!

Lo schifo che mi fai. Insisti perché esca con te, perché me ne vada con te, perché così adduci e puoi ben alzare le spalle sconsolato che te ne vai dopo tre secondi perché IO ho le paranoie sul mangiare, e non la pietosa verità che te ne vuoi andare a tirare fuori il bottino patetico e sistemare la merda di grappa in casa. A bertela. Col cane. Tronfio che le sorelle hanno come al solito dovuto adorare pazzescamente un briciolo della tua merda concessaci pensando pure di aver perso tempo, tralasciando completamente di guardarsi degli occhi forti della pagnotta e mollica di sostanza che ci hanno speso una vita facendosi il culo, ma arricchendosi.

 

Scusatemi, non ho altre parole, digrigno i denti e forse, tornerò a respirare lo stesso, con le mandibole rotte e nuovi blocchi, da riassorbire, da massaggiare, da veicolare di nuovo in sorriso. Ora sono anche di corsa, sul bus, e sto molto male, dopo se riesco da casa correggo sintassi e grammatica.

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14 comments

  1. Intenso questo post e non così inconsueto e straordinario come potrebbe sembrare: lungo il mio cammino ne ho incontrati di nonni così, non i miei che non ho avuto la “fortuna” di conoscere, ho conosciuto solo un “nonnastro” ma non posso parlare. Un bacio Elisabetta e sappi che fa bene camminare, specialmente se il camminare ti porta dove vuoi tu e lontano da chi non ti fa bene ❤

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  2. Ti abbraccio forte. Le bambine come tali sono e devono essere innocenti, voi dovrete lottare sempre per la vostra identità di donne (non figlie) e mostrare loro il miglior modo di crescere sulle proprie gambe. Si dimenticheranno delle chicche, o forse le ricorderanno sempre e sarà meglio così…donate loro un passato bello, il regalo più grande.

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  3. ciao eli.
    ti leggo da molti anni e “ri-vederti” conciata così mi ha dato un strappo al cuore. perché mi dispiace da morire, nessuno si merita di stare così. poi ho visto il tuo “progetto”, voler condividere il tuo personalissimo e intimo percorso senza veli, senza tanti giri di parole e mi è sembrata un’idea molto coraggiosa e nuova, mai vista prima.
    non lo so, è difficile commentarti perché tutto questo è così delicato. ma io credo in te. come sai meglio di me al di sotto di un certo peso il cervello funziona diversamente, è patologicamente in riserva. i ragionamenti cambiano quando si va troppo “sotto”. e cambia anche il modo in cui ci relazioniamo con gli altri. si diventa vulnerabili e piccoli dentro. e credo che sia quella la parte più subdola e più dolorosa dell’anoressia.
    questi ultimi due post invece, secondo la mia umile opinione, sono la dimostrazione che cominci a star meglio. perché la rabbia ha bisogno di forze, e ad un certo punto del sottopeso la rabbia diventa un lusso che il corpo non si può concedere. così come tutte le altre emozioni, belle e brutte. quando si dimagrisce così tanto si va in depressione, si diventa più apatici con ogni chilo perso perché sembra di semplificare anche il caos dentro di noi. è anche una questione profondamente fisica. e ora che stai cominciando a riprenderti anche le tue emozioni si risvegliano e questo è un bene anche se può spaventare molto.

    continua così eli.
    un abbraccio forte
    magda

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