Accàsa, BollettiniANSIA, Dammangiare, Depreality - A Videostory, Eternitornanti, Hic et Munch, LetterAttitudine

Se hai perfetta la teoria, alla pratica non ci vai.

Pensieri variabili e tanti. Quanto nervoso. Quanta voglia di ridere e voglia di togliere questo freno a mano. Quanta voglia di leggerezza più che il corpo si appesantisce. Quanta voglia di avere un’ossessione totalizzante e sentire per una volta, che lasciarmici andare fino in fondo, è la pazzia giusta, fosse anche sbagliare di grosso MA sentendomi nel giusto, perché è 100% quello che voglio, non voglio più sbagliare cosciente di sbagliare. e continuare a sbagliare. e continuare a essere cosciente.
voglio vincere qualcosa sapendo di meritarlo. voglio eccellere sapendo che sono stata il meglio, non voglio più tagliare tutti i rami a un albero che non ho neanche piantato. senza acqua per crescere. senza terra intorno. senza un luogo. senza una specie. senza interscambio coi vicini di flora, contatto e tolleranza al concime, senza sentirsi Natura. Ma una vita passando intorno guardinga girando intorno vile e fifona a una zappa a decidere se afferrarla. E il dubbio che sfinisce, ogni muscolo e protèsa e forza nel braccio alla fine mangiati dal percepire nelle viscere il dirompere il rigoglio dei giardini altrui, che lavorati curati o selvatici, vivono e vivono e vivono, bellissimi e bruttissimi, viventi, malati, viventi, ordinati o deviati, morali e immorali che se ne freghino o se ne sbattano il cazzo, che siano alberi sacri e saggi o che denutrano i limitrofi rubandone nutrimento e radici, e vivente il loro verde e viventi anche i loro vermi vivi a infestare il mio, quello che neanche esiste, che è solo l’ipotesi di un seme senza la pazienza di nascere, quello a cui si nega la botta di culo, il caso, la fatica e la sconfitta il sudore il lavoro e il terriccio gli si nega la forma la direzione in cui crescere il colore e il mutamento del colore la ciclicità delle foglie il significato del nome e il destino di essere regalato per amore, il dolore la ricerca dell’aria del sole e del cielo si nega e soprattutto la speranza, perché sararebbe stata anche volentieri l’ultima a morire, ma qualora uno avesse vissuto, col quel guscio mummificato che invece si è tenuto in mano.

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Una risposta nulla.

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Cosa può succedere quando c’è una mano che trema in questo #insta e non è quella che scatta, almeno non in modo percettibile, ma quella che cristallizzi in un click di fronte a te per farla fermare e e fermare pure -per favore- il mondo. Cosa può succedere quando una madre tua madre sta stesa in terra urlando che ha perso la testa e che sta al buio che aiuto aiuto aiutami, cazzo! mamma come posso aiutarti? NON puoi aiutarmi vai via, mi aiuti se te ne vai lasciami sola. mi giro, nuovamente, di pochi gradi, in attesa e mantenendomi vigile e.. aiuto!aiuto!aiutami cazzo demonio! COME VUOI CHE TI AIUTI MAMMA, RESPIRA, DIMMELO, CHIEDIMELO. AIUTAMI A CALMARTI. VAI VIA NON MI AIUTI MI FAI STARE PEGGIO. e di nuovo mi sposto, appena, cercando di respirare io al suo posto, vigile, a portata di occhio, e aiutami,cazzo,muoio! Ok mamma, rewind, reset, cosa posso fare per aiutarti? NON mi aiuti!oddiomuoiomuoiomuoio. Non voglio che muori, posso aiutarti a sopravvivere finché non muori più, mamma? Dai. Ti prego. No! Lasciami morire. Ok va bene, sono qui accanto. Aiutamiiiiiiii VUOI lasciarmi morire? No mamma. E cosa può succedere quando aiutoaiutoaiuto e infine rispondi con l’ultimo controllo nell’ultimo dito del pugno strinto, io sono qui, ti posso dare il MIO aiuto, dimmi tutto. “Ma io stavo chiamando la mia mamma”.”aiuto lo chiedo alla MIA mamma!Mamma!Vogliolamamma mia, NON TE!”.
Va bene. Cosa può succedere. Cosa succede. Non può succedermi nulla. Perché la nonnina è attraverso di me, con me. La nonnina è dentro di me a proteggermi ANCHE DA QUESTO.
A mangiare lo stesso cosa succede, ok, portarsi sul piatto. Strascinarsi verso il piatto. Spostarsi e portarLA. Cosa succede a avere un solo perché da giocare per allentare quel pugno: Perché la nonnina non avrebbe permesso che nella bolla di angosce e dolore affogato che sono ben oltre la mia comprensione e il mio potere assorbente…morissi da spugna da magnète opaco anche un po’ ognivolta io. Una morte molto più sottile e senza ritorno del morire di fame. Nonna non l’ha permesso quando avrei potuto morirne davvero, quando davvero avevo solo l’impotenza di una bambina come scudo e un avvocato stratega della vergogna da imparare a memoria, a maggior ragione non lo permette adesso che sono a scuola di coraggio. Nonna direbbe e dice: amore, vieni è pronto, non è successo nulla! (Dududù. Dadadà.)

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Dove vai di bello te?

Un post di disservizio veloce per dirvi, a voi smanettoni dell’internet che qualcosa ne sapete, che il mio percorso -il mio viaggio- verso il temutissimo ignotoX spauracchio di libertà, è dettagliatamente automonitorato, documentato, strumentato e poverame, condiviso, passo dopo passo, sul mio profilo Instabilgram (quella roba quadratina in aggiornamento a cui si arriva cliccando nelle foto commentate a destra). Perché la scrittura è sì verso l’ignoto, ma per avere uno scrivente (no una scrittrice all’antipaticissimo participio)…lo scrivere deve, al presente, scrivere, può non avere senso dell’orientamento o serenità nel cuore ma per eviscerarsi deve avere le viscere, deve avere una pelle da staccare e lacerarsi, un polmone che traspira da scuotere, un pensare che è tutto un ergo condizionato dal nutrirlo il pensiero ovunque questo teppista stronzetto si annidi e complotti, un infinito presente che poi sarà anche un morto e certamente lo sarà belli miei non importa nemmeno ingegnarsi tanto a imparare a scrivere o a fare alcun ché per assicurarsi una morte sicura. Certamente se mangi sei un essere che muore. Sillogismo tanto elementare che mi appare degno di un genio. Certamente se non mangi sei un essere che muore (presto e male e pure affamato), ora quanto rimane di probabilità remota che salta fuori il jolly che piglia e vive?, unisce le due paure più ataviche e angoscianti dell’universo la morte e la vita e io penso penso penso di essere capace di sopportarle affrontarle entrambe insieme?????  Una cosa per volta. 

Sorrido.

Sto male, sì. Fa male? Sì. E’un viaggio verso boh con tante fregature e tariffa altissima? Sì.

Ergo, buonappetito. 

Se non è follia questa. 

Questa sono io.

Questa vale la pena di conoscerla.

 

 

 

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Univocità locale

Il giorno mi vengono le crisi di panico paralizzante per tutto ciò che c’è che c’è stato e che ci sarà là fuori da queste mura. La notte non dormo assalita dalle crisi di terrore per ciò che c’è c’è stato e ci sarà dentro queste mura. Ma riducendo il mio campo d’azione in scala a un mozzicone di centimetri e di aria residua larga abbastanza da farmi l’eco agli sputi, in un vocabolario ossitossico di estreme unzioni dalla a alla z la parola mura è interscambiabile liberamente con pelle. Le parole rimangono ancora l’unica e l’ultima merce di scambio, l’unica e l’ultima cosa che può cambiare, a queste bambine cedo il mio posto su un’ambulanza che non arriva tardi. A loro la possibilità e il mandato di vedersela fuori le mura, dentro le mura, fuori dai denti, dentro la gola, abbandonate senza oriente o crisi fobiche ma crisalidi maturate e mature e murate nei sogni.

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Perdònati

Perdonati di essere così grande e sei ancora animista come un neonato, che te la devi cavare e fare fronte alla materia ai conti alle revisioni alle soluzioni che le inventi tutte per non farlo, perdonati di aver chiesto per 33 natali che la mamma ti abbracciasse fino a quando volevi tu sempre di più e in un altro modo che era prepotente e supplicare, fino a che hai smesso di elemosinare e hai iniziato a rapinare, e averlo scritto su una letterina negli anni in moine e calligrafie con il nome di sbrodolina/gameboy/casadibarbie/nikeAir/iphone/due Iphone/mac/due, tre, quattro, mac, come una traduzione diretta, e poi averli trattati male, telefoni per non rispondere al telefono, telefoni per gettare nel panico, telefoni gettati in Arno, telefoni smembrati e lacrime rettili. Perdonati di aver chiesto scusa solo tu per prima perché la rabbia era tutta tua, ma anche la ragione -imperdonabile- lo era e non hai dato tempo, ai limiti degli altri, di decantare nella ragionevolezza, la coagulazione necessaria al rispetto si perdeva nel mio bisogno, e poi ero una bambina, non toccava a me educare, superba del diavolo perdonati di indossare ogni giorno un pigiama lurido che non si vergogna di niente come un mantello dell’invisibilità ma portato alla napoleonica, grottesco che costringe a districarsi di ogni dubbio, ce l’ha scritto in faccia che è matta, e me ne guardo bene che c’è dentro, ossa, ciocche di capelli, regole stracciate, smorfie autografate dal cilicio? tanto se apro le braccia è il gesto a richiamare la paura. Perdonati di non voler pensare, di avere rotto tutto, di aver usato linguaggi incomprensibili, di aver curato l’ortografia solo per evidenziare parolacce di accusa sul muro, di aver rivendicato fiducia dopo che l’avevi appena infranta, di aver fatto promesse e dato speranze sapendo che era un mettere alla prova, vediamo se mi ami abbastanza da tollerare che io domani non ci sono, che domani declinerò l’invito, che domani non chiamerò, che domani non ci sarò, che domani  è solo un altro traliccio lungo il muro di prese staccate e che lascerò tutto estinguere nella cafoneria e confermerò che ciò che mi sostenta e accoglie e canta per me l’ossitocina non ha espressione se non quella che gli imprimo, io, non lo voglio dividere con nessuno, nessuno può vederlo perché io sì che lo so, come mi abbraccia un po’ di più, senza doverglielo chiedere. Perdonati di essere così attaccata e morbosa alla tua sicurezza, da aver chiuso la corrente dal pannello generale, aver lasciato la nonna il gatto la tua voce trapassare a penzoloni e bruciacchiati, che non avevano bisogno del tuo scusa, della tua fuga, della fotografia da morta nella letterina di natale, per nutrirsi della tua luce e perdona dio, che se mi avesse conosciuta non avrebbe detto con tanta leggerezza che i peccati possono essere rimessi. Non come dice lui.

 

 

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Puro 20 carati

Sentirsi inconcludenti e inutili oggi? Ci siamo. Non posso neanche dire che oggi non ho fatto nulla, classificandomi nel primato degli ultimi a correre verso un qualche daffare, visto che sono arrivata in anticipo, e in realtà ho già scritto bevuto il caffè e la camomilla e per me la giornata è finita, buonanotte. Il babbo mi chiama e io sono irritata perché sapendo che non sto facendo nulla mi frizza da morire che sia lui a farmelo presente con allusioni tacite e intercalari del respiro come se lo intuisse, potrei essere in australia e dirgli che sto montando un muro di cemento e dalla voce sente che sto guardando il soffitto e sentendo le fitte di vuoto che arrivano e quando comincia l’infiltrazione, agisco solo a rimediare perché quello ormai è collaudato come metodo di trattenersi, di tenersi, quando sono già zuppa, è quando permea poco che demolisce, è appena sotto la pelle che non riesco a toccare: nel sottosuolo è violento, ma più immediato ravanare, anche alla cieca, togli qualcosa, addormenta qualcosa, seppellisci qualcosa, estirpa tutto e ok, ricominci da un nucleo bambino ogni volta, hai bisogno di tutto, ma frigni per un niente, per ogni vita un po’ diversa ti educhi a scoprire nuove gioie -da controllare-, ma anche nuovi vuoti -a cui spalancarti-, trovando in questo l’unico equilibrio che per un po’ regge, regge me in piedi. E’ a riparare le crepe in superficie con l’oro appena si spaccano che non son buona, col Kintsugi dei maestri giapponesi, le prime falle nel cemento che separa il mio muro dallo sguardo dietro le finestre di quelle di mio padre, anche lui apre sfonda la porta non chiede permesso, quel che trova porta via, anche l’aria, anche il libro di istruzioni per restaurare le crepe con l’oro rispondere a infiltrazione concava con infiltrazione lavorata e forte, che era chiuso mentre guardavo il soffitto e aspettavo in silenzio, finito di scrivere, di cominciare a leggere come il mattino ha, per tutti, l’oro in bocca, e per me la conclusione del giorno.